La fatica è passata di moda. E forse è questo il nostro problema

19 Giugno 2026 Off Di Rita Terracciano

La traccia di Mario Calabresi alla Maturità 2026 (Tipologia C2) ci costringe a riflettere sul significato di una parola che sembra essere scomparsa dal nostro tempo. È una parola semplice, quotidiana, eppure capace di raccontare intere generazioni: fatica.

Non è un caso che il Ministero dell’Istruzione e del Merito abbia scelto, per la prima prova dell’Esame di Stato, un brano tratto da “Alzarsi all’alba”. Calabresi racconta un cambiamento culturale profondo: il passaggio da una società che considerava la fatica una componente naturale della vita a una che la percepisce quasi esclusivamente come qualcosa da evitare.
La riflessione prende avvio dal ricordo della nonna, appartenente a quella generazione che aveva conosciuto la guerra, la povertà e il sacrificio. Per quelle donne e quegli uomini la fatica non rappresentava soltanto uno sforzo fisico: era dedizione, responsabilità, pazienza, costanza. Era il prezzo della dignità.

Oggi, invece, sembra prevalere un’altra narrazione.
Viviamo nell’epoca delle scorciatoie. I social network mostrano il risultato, ma raramente il percorso che lo ha reso possibile. Ogni giorno ci vengono proposti modelli di successo immediato, guadagni facili, competenze acquisite in tempi record, celebrità costruite in pochi secondi. Tutto sembra dover arrivare senza attesa.
Abbiamo imparato a celebrare la velocità, dimenticando spesso il valore del tempo.
Perfino il linguaggio educativo è cambiato. Molti genitori desiderano risparmiare ai figli qualsiasi difficoltà, convinti che proteggerli significhi eliminare ogni ostacolo. È un sentimento comprensibile, nato dall’amore.

Eppure educare non significa spianare la strada, ma accompagnare i ragazzi mentre imparano a percorrerla.
Esiste, naturalmente, una fatica che non può e non deve essere accettata: quella dello sfruttamento, della precarietà, dei lavori privi di tutele e dignità. Nessuno dovrebbe essere costretto a sacrificare la propria salute o la propria vita in nome del lavoro.
Ma esiste anche una fatica diversa.
È la fatica dello studio, dell’apprendimento, della ricerca, dell’allenamento quotidiano. È quella che permette a un musicista di perfezionare il proprio talento, a uno sportivo di migliorarsi, a uno scienziato di dedicare anni a una scoperta, a un insegnante di preparare con cura una lezione, a uno studente di affrontare un esame.

Questa fatica non impoverisce.
Costruisce.
Del resto, è una lezione che attraversa da sempre la nostra cultura. Dante giunge alla luce del Paradiso solo dopo il lungo e faticoso cammino attraverso Inferno e Purgatorio; Ulisse affronta il mare e l’ignoto perché sa che la conoscenza richiede coraggio e sacrificio; Seneca, nelle “Lettere a Lucilio”, ricorda che sono proprio le difficoltà a fortificare il carattere, mentre Italo Calvino, nelle “Lezioni americane”, ci insegna che la vera leggerezza non consiste nel fuggire il peso della realtà, ma nel saperlo attraversare senza esserne schiacciati. In fondo, ogni autentica crescita nasce da un percorso fatto di tempo, pazienza e perseveranza.

Anche la scuola è chiamata a recuperare questa consapevolezza. Studiare non significa soltanto acquisire conoscenze, ma imparare a confrontarsi con gli errori, costruire un metodo e comprendere che ogni risultato richiede impegno. Educare, in fondo, non vuol dire eliminare gli ostacoli, ma insegnare ad affrontarli.
Le parole di Mario Calabresi parlano soprattutto al nostro presente e non riguarda soltanto gli studenti alle prese con un esame, ma ciascuno di noi. Le cose che contano davvero – una professione costruita con competenza, una relazione autentica, una ricerca, un libro, un progetto di vita – non nascono da una scorciatoia.
Nascono dal tempo.
Dalla costanza.
Dalla fatica.
(Fonte foto: Rete Internet)