Specchi di vanità: riflessi e rivelazioni nella letteratura e nel teatro di Eduardo

26 Marzo 2025 Off Di Rita Terracciano

Lo specchio è un oggetto semplice, eppure capace di scatenare turbamenti profondi. Nella letteratura italiana, da Dante a Pirandello, lo specchio non è mai solo una superficie riflettente: è uno strumento di conoscenza, un giudice impietoso o un inganno sottile. Guardarsi allo specchio non significa solo vedersi ma scoprirsi.

E se c’è un autore che ha saputo giocare con questo simbolo in modo teatrale e incisivo, è Eduardo De Filippo. Nella commedia “Il sindaco del Rione Sanità”, parlando dello specchio, lo chiama “’O scustumat, ‘o parlà n’faccia”. Ed è proprio uno scostumato lo specchio: è sincero, non gira mai intorno alle cose, ti metti davanti a lui e ti dice quello che sei e come sei. Senza tanti giri di parole. Schietto. Scostumato.

Lo specchio ha sempre avuto un ruolo chiave nella letteratura. Dante, nel Paradiso, lo usa per spiegare concetti filosofici e divini: nel canto II Beatrice paragona i riflessi negli specchi alla propagazione della luce della verità . In epoca più moderna, Luigi Pirandello ne fa uno strumento di crisi d’identità: nei suoi racconti e nelle sue opere teatrali, lo specchio diventa una trappola, il simbolo di una realtà  ingannevole che mette a nudo le contraddizioni dell’essere umano. Emblematico è il suo racconto “Tragedia di un personaggio”, dove il protagonista, vedendosi riflesso, si accorge di non riconoscersi più.

Anche nella letteratura ottocentesca lo specchio è spesso associato alla vanità  ed all’illusione. Ne “I promessi sposi”, la Monaca di Monza vive in un ambiente privo di specchi, a sottolineare la sua condizione di prigioniera e il suo rifiuto della propria immagine. Ne “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, invece, il principe Fabrizio Salina si osserva allo specchio con malinconia, vedendo nel proprio volto i segni del tempo che passa e della decadenza della sua classe sociale.

Ma se c’è uno specchio che incarna in modo perfetto il legame tra immagine e potere, è sicuramente quello di Biancaneve. “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” chiede ossessivamente la Regina Cattiva, rivelando il ruolo dello specchio come giudice della sua identità  e fonte della sua insicurezza. Qui, lo specchio non è solo un oggetto riflettente, ma un oracolo che detta la verità  assoluta, innescando in chi lo interroga un confronto con la propria immagine e con la paura di perdere il controllo sulla realtà.

Da Dante a Eduardo, dunque, lo specchio è sempre stato molto più di un semplice oggetto: è un testimone muto, uno specchio dell’anima che non mente mai.

(Fonte foto: Rete Internet)