I monologhi di Filumena Marturano: la voce delle donne di sempre
14 Gennaio 2026Ci sono opere teatrali che attraversano i decenni senza perdere freschezza e verità. Filumena Marturano di Eduardo De Filippo è una di queste. Non solo per la storia d’amore e di orgoglio che lega Filumena a Domenico Soriano, ma soprattutto per i monologhi della protagonista, scritti da Eduardo per la sorella Titina, che li interpretò con una potenza scenica rimasta leggendaria.
Due di quei monologhi – quello della Madonna delle Rose e quello rivolto all’avvocato Nocella e ai figli – sono diventati patrimonio della memoria collettiva, capaci di parlare ancora oggi con la stessa intensità. Nel monologo della Madonna delle Rose, Filumena è una ragazza smarrita: ha appena scoperto di essere incinta e non sa cosa fare. È notte, cammina sola, finché si ferma davanti a un altarino e chiede consiglio alla Vergine. Nessuna risposta, solo silenzio.
Poi, da una voce misteriosa, forse da una finestra aperta, forse davvero dalla Madonna, sente le parole destinate a segnarle la vita: «’E figlie so’ figlie». È il momento in cui la giovane comprende che ogni creatura che nasce ha diritto di essere riconosciuta e amata. In quelle parole c’è il cuore di tutta la commedia: la maternità come scelta radicale di responsabilità e amore, al di là delle convenzioni sociali e delle difficoltà personali. Il secondo monologo, invece, è un grido che intreccia memoria e denuncia. Filumena, ormai adulta, si rivolge all’avvocato e ai tre giovani che ha cresciuto, rivelando loro di essere la madre. Non lo fa con dolcezza, ma con la forza di chi porta addosso le cicatrici della miseria.
Racconta la sua infanzia nei vicoli neri e soffocanti di Napoli, nei bassi senza aria e senza luce: «unu piatto gruosso e nun so quante forchette». Parla della fame, delle notti passate senza respiro, del disincanto di una famiglia che non conosceva parole di tenerezza, degli inizi del suo lavoro: il mestiere più antico del mondo. È un ritratto di ingiustizia sociale che diventa memoria storica: le disuguaglianze, i quartieri dimenticati, la povertà che marchia le vite. Ma Filumena non è solo vittima. È una donna che ha saputo trasformare il dolore in coraggio femminile, il vuoto in forza. Nonostante le privazioni, ha cresciuto i suoi figli, li ha fatti diventare uomini, persino “rubando” al compagno pur di dare loro un futuro. La sua dignità non si piega: al contrario, esplode in una dichiarazione di verità che smaschera le ipocrisie di chi l’ha sempre giudicata.
Oggi quei monologhi non appartengono solo alla letteratura teatrale, ma alla vita di tante donne che, in condizioni diverse, affrontano ancora battaglie simili: scegliere la maternità in solitudine, rivendicare il diritto di esistere con dignità, chiedere giustizia in un mondo che spesso guarda altrove. La grandezza di Eduardo sta nell’aver dato voce a queste storie con parole semplici e potenti, che dal palcoscenico scivolano nella coscienza di chi ascolta. E la forza interpretativa di Titina De Filippo ha fatto il resto, consegnando al pubblico un personaggio che non è solo teatro, ma vita vissuta.
Riascoltare oggi Filumena significa ascoltare ancora tutte le donne che hanno lottato e lottano per affermare se stesse. Significa scoprire che quei monologhi non appartengono al passato, ma ci interrogano, qui e ora, sul senso profondo di maternità, dignità, ingiustizia e coraggio.
(Fonte foto: Rete Internet)






